
Provengono dall’estero, rigorosamente per via aerea e in alcuni casi via nave. Dove arrivano portano devastazione e danni all’agricoltura ed alla flora. Raffigurato in foto abbiamo Lissorhoptrus Oryzophilus,
il punteruolo acquatico del riso, appartenente appunto alla famiglia dei curculionidi composta da circa 40000 specie, alcune delle quali molto dannose. Se risaia è diventato in un paio di anni il parassita più temuto, anche altri curculionidi non sono da meno, come il caso del punteruolo rosso delle palme, Rhynchophorus Ferrugineus, che sta devastando in Italia le piante simbolo di alcuni dei litorali più belli del mondo.
La lotta contro questi insetti è ardua e complessa, prevenire sarebbe stato come sempre molto più semplice.
Nei giorni scorsi ho appreso con un pizzico di stupore che un agricoltore friulano rivendicava il diritto di libertà di semina chiedendo di essere libero di coltivare cereali Ogm. Sempre in quest’ultimo periodo abbiamo assistito a molte iniziative e teorie pro OGM, spesso superficiali perché troppo approssimative sulla realtà dei campi che è molto più complessa di quanto molti credano. In campagna c’è una tale variabilità ed imprevedibilità di eventi che non può che far comprendere come le certezze assolute siano estraneea questo mondo. Le tanto “rassicuranti” fasce di rispetto che dovrebbero separare le coltivazioni ogm dalle convenzionali non sono altro che centri di veicolazione genica. Tutti gli studi che supportano le teorie pro ogm costituiscono solo una piccola parte della realtà.
La vita di un agricoltore è fatta di tanti diritti ma anche di altrettanti doveri, primo fra tutti il la salvaguardia del territorio. Per questa semplice ragione prima della libertà di semina viene il rispetto per l’ambiente e per chi ci lavora. Per alcuni purtroppo questo è un dettaglio poco significativo, anche all’agricoltura non manca chi pensa di potersi curare solo dei propri interessi.
Lo chiamano Fuel surcharge e mediante un coefficiente ricavato sull’incremento del prezzo del carburante aumentano la tariffa della spedizione. Questo fanno ormai tutti i corrieri ma mi chiedo se a farlo non sarebbe opportuno fossero anche tutti i produttori che vedono incrementare inesorabilmente i costi di materiali di consumo e servizi in funzione della quotazione del petrolio. Non c’è margine di dubbio e al petrolio sono legate tutte le materie prime che incrementano il loro prezzo seguendo la crescita dell’oro nero. L’incremento del prezzo è divenuto ormai automatico con i listini che vengono aggiornati con grande frequenza o con l’applicazione di coefficienti tipo il fuel surcharge. C’è però un settore slegato da questo meccanismo che subisce l’incremento dei costi ma riesce a stento ad applicare i conseguenti aumenti a quanto produce. Si tratta del settore agroalimentare, prigioniero forse della distribuzione, che vede come unico mezzo per limitare i prezzi al consumo, il rigore nei confronti dei fornitori. Assistiamo così a situazioni estremamente difficili come quelle recenti con aziende costrette a vendere al limite del sottocosto pur di non perdere clienti importanti che metterebbero in crisi il loro assetto produttivo. Questo è un sistema che non va bene perché per nulla equo. A mio avviso anche l’agroalimentare ha bisogno del suo coefficiente per aggiornare i listini e per cautelarsi dall’inesorabile crescita della voce costi.
I mercati internazionali del riso, il cereale più diffuso al mondo, hanno segnato in queste ultime settimane una crescita iperbolica dei prezzi. E’ un fatto sconvolgente dovuto essenzialmente alle scorte di prodotto ridotte ai minimi. La disponibilità di riso nei mercati internazionali è anche diminuita per via dell’incremento dei consumi interni di molti stati tradizionalmente esportatori. La situazione è seria e impone al mondo agricolo la ricerca della massima produzione possibile, uno scenario impensabile fino a pochi anni fa per noi italiani, dove si finanziava per lasciare le superfici incolte. Negli ultimi anni sembrava inoltre che il futuro di parte dell’agricoltura fosse destinato alla produzione di energia ma le notizie di questi ultimi giorni mettono al primo posto l’esigenza di produrre per l’alimentazione umana. Oltretutto è un’esigenza che sembra non lasciare spazio ad altre forme di coltivazione se non a quelle portate alla ricerca della produttività massima. L’agricoltura si trova in un momento di grandi interrogativi e probabilmente di svolte epocali. Il mondo ha fame ed è indispensabile produrre, produrre di più.
Riflettiamoci.

Il Franciacorta, lo spumante metodo classico tutto italiano è in costante crescita ed il suo consenso aumenta anche al di fuori della nostra Nazione.
Passo dopo passo diventa sempre più difficile non prendere le distanze dalla politica agricola dell’Unione Europea e della sua Commissione. Prendere le distanze perchè non ci rappresenta nel modo più assoluto. L’Europa delle banche, costruita sulle grandi rendite Finanziarie continua a muoverfe passi contro le produzioni “vere”, a vantaggio esclusivo dei prodotti “finti” più omologati, più semplici da produrre e da distribuire nel facoltoso mercato della distribuzione di massa.
Ora anche lo zucchero nel vino, con un voltafaccia francese che lascia stupefatti e perplessi. Ovviamente le etichette non menzioneranno alcunchè, d’altronde sono proprio figlie di questa politica bugiarda nei confronti della tradizione e dei prodotti che la terra crea senza manipolazioni alcune. L’Italia farà strada a se, ne siamo orgogliosi e urleremo sempre a gran voce che da noi lo zucchero nel vino non si mette.
E ora prepariamoci agli altri affondi che la Commissione Europea si appresta a muovere contro le nostre tipicità.
Quanto costa al dettaglio, nei normali supermercati un litro di latte? Anche 1,50 euro. Quanto costa acquistare un litro di latte direttamente in stalla? Meno di 0,35 €, un terzo a non essere pignoli. Certo, siamo lontani dalle 10 – 20 volte dei prodotti ortofrutticoli ma in momenti di crisi come questi è doveroso essere scrupolosi prima di tutto sui prodotti base.
La popolazione italiana si appresta a subire il preannunciato aumento dei prodotti alimentari, dovuto secondo i distributori (chi vende il prodotto finito) all’aumento dei prezzi delle materie prime. Le materie prime sono certamente aumentate ma a me sembra che siano aumentati anche i ricarichi degli altri componenti della filiera. Il caso del latte è emblematico in quanto è prima di tutti l’allevatore a subire gli aumenti delle derrate necessarie ad alimentare il bestiame ma non vede altresì aumentare granché il prezzo di realizzo del latte che conferisce.
La verità è che ci sono due pesi e due misure ed il range tra produzione e distribuzione continua ad aprirsi. Chi produce vede costantemente la riduzione dei propri margini ed ha come unica ancora di salvezza l’aumento della produzione mentre chi distribuisce non perde occasione e scusa per gridare all’aumento. E’ un gioco al massacro che oltre ad avere ripercussioni su produttori e consumatori rende sempre meno equa la ripartizione dei proventi alla filiera. E’ pertanto giusto che chi produce faccia chiarezza e informi i consumatori sulla realtà dei prezzi, perché chi saprà avrà i mezzi per valutare.
Interessanti notizie in materia di energia giungono dal Brasile, via Terra e Vita, il settimanale dell’agricoltura edito da Edagriocole. Il paese sudamericano, da molto tempo all’avanguardia in materia di biocarburanti da fonte rinnovabile ha visto di recente l’inaugurazione di un’impianto per la produzione di bio combustibile da grasso animale. Il biodisel “da Bistecca” come è stato chiamato potrebbe coprire addirittura il 18% del fabbisogno nazionale (percentuale che da la corretta dimensione della portata dell’iniziativa).
La notizia apre un varco importante nella produzione di bioenergia nel riutilizzo degli scarti della macellazione. Una strada senza ritorno nel segno della sostenibilità.
E’ sufficiente seguire le fasi dell’accensione del Landini Testa calda per capire che questo trattore è un mito. Il suo rombo è di quelli che ti scaldano il cuore. In qualsiasi occasione, ricorrenza, fiera, dove ce ne sia uno esposto, questo rappresenta sempre una delle principali attrazioni. Liborio Butera ci parla di questo trattore mitico in un suo video.
Negli ultimi anni l’interesse per le produzioni di biomasse vegetali da destinare alla produzione di energia e biocarburanti è cresciuto a livello esponenziale. Ora si inizia anche a riflettere sulle ripercussioni che questa tendenza potrebbe avere. L’aumento delle superfici destinate alla produzione di biomasse si tradurrà automaticamente in una riduzione delle coltivazione di cereali e altri prodotti agricoli destinati all’alimentazione. Secondo alcuni esperti questa tendenza si tradurrà in una costante crescita dei prezzi delle produzioni agricole alimentari. Alcuni esperti parlano addirittura diu un raddoppio dei prezzi nel giro di soli 10 anni.
Oltre alla richiesta di biomasse e bioconqustibili ad incidere sarà anche il significativo incremento della richiesta cinese e indiana.
Sinceramente mi sembra un po’ presto per lanciare un’allarme di questo tipo, anche perché molte zone a vocazione agricola stanno incrementando notevolmente le loro produzioni, veicolabili nei mercati che contano grazie a notevoli investimenti in infrastrutture. E’ il caso di alcuni paesi dell’est europeo, la cui potenzialità produttiva di biomasse è altissima ed in costante crescita. Sicuramente è una situazione da tenere sotto controllo e a cui prendere le necessarie contromisure perché i prodotti agricoli non solo devono essere prodotti ma devono essere portati a costi competitivi nelle zone di consumo, sede dei mercati, cosa apparentemente banale ma di vitale importanza